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Consulenza alle imprese - Gestione d'Impresa
14 Luglio 2021

Distribuzione dei dividendi nelle PMI: ti spiego i vantaggi fiscali per l’imprenditore

Sabrina Cavallini

Molto spesso gli imprenditori percepiscono la distribuzione dei dividendi come un argomento dedicato alle sole aziende di maggiori dimensioni, prediligendo di conseguenza altri canali per la propria remunerazione. Tipicamente l’imprenditore (socio-amministratore) è solito adeguare il suo compenso  ai risultati aziendali, senza però considerare i vantaggi che la distribuzione dei dividendi gli consentirebbe in termini fiscali (in verità prevalentemente in termini contributivi).

Ma come funziona la tassazione dei dividendi?

Per determinare la tassazione è necessario fare riferimento al soggetto beneficiario dei dividendi:

– persona fisica non in regime d’impresa (tipicamente il socio);

– persona fisica operante in regime d’impresa (ditte individuali) e società di persone;

– società di capitali.

Tralasciando il secondo e terzo caso, per i quali esistono regole particolari per la tassazione dei dividendi, in riferimento al primo caso (senza dubbio quello di maggiore interesse ai fini dell’articolo), preme sottolineare che a partire dal 2019 (redditi 2018) il legislatore ha uniformato la tassazione dei dividendi percepiti dalle persone fisiche non operanti in regime d’impresa.

In altre parole, non rileva più se la partecipazione è qualificata o meno, ma i dividendi sono assoggettati sempre ad un’aliquota fissa del 26% quale tassazione sostitutiva. In queste situazioni, il vantaggio è considerevole al crescere del reddito personale, basti pensare che il compenso dell’amministratore costituisce per il socio-amministratore reddito imponibile Irpef, con la conseguenza che viene quindi tassato secondo la tipica aliquota progressiva a scaglioni. Tuttavia, questo non vale per gli utili accantonati negli esercizi precedenti al 2018, con riferimento ai quali continuano ad operare le vecchie disposizioni normative per la determinazione del reddito imponibile ai fini Irpef.

In ogni caso, il maggior vantaggio resta essere quello relativo ai contributi previdenziali conseguenti alla percezione di tali somme. Il compenso dell’amministratore è infatti soggetto sia a tassazione Irpef che al versamento dei relativi contributi previdenziali. Nel caso della distribuzione dei dividendi relativi ad esercizi post 2018, l’importo distribuito è invece soggetto soltanto alla suddetta tassazione del 26%, senza rilevare né ai fini Irpef, né ai fini contributivi. Invero, la distribuzione di dividendi relativi ad utili ante 2018 ben rileva ai fini Irfef, ma resta in ogni caso esclusa dalla base imponibile ai fini contributivi.

La decisione di distribuire i dividendi risulta agevole anche in termini di procedura, in quanto è sufficiente una delibera assembleare, la quale deve però essere registrata.

In conclusione, nonostante rappresenti una prassi consolidata, il compenso dell’amministratore non dovrebbe variare continuamente per adeguarsi alle esigenze del socio-amministratore, nonché ai risultati di gestione, ma dovrebbe essere un congruo compenso relativo alla gestione della società. Resta inteso che ogni azienda presenta un caso particolare, pertanto non esiste una scelta migliore per natura tale da risultare preferibile nella generalità dei casi.

Per questo motivo è necessario conoscere tutte le opportunità consentite dal legislatore al fine di poter scegliere insieme al proprio professionista di riferimento la migliore soluzione per la propria azienda.

 

Per informazioni scrivere a studiocavallini@studiocavalliniepartners.it

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